Ucraina
Lesya camminava lungo i binari della ferrovia; la mattina era luminosa, l’aria era fredda. Teneva in mano la lettera della sorella. Era scritta in italiano; Lesya sapeva perché, e questa consapevolezza da un lato la inorgogliva e dall’altro la infastidiva. La lettera era arrivata a casa quella mattina, i vecchi genitori l’avevano vista, ma, non conoscendo la lingua, non avevano potuto leggerla.
L’avevano chiamata subito, chiedendole di tradurla. Lesya aveva cominciato a leggere sottovoce ma poi, poco dopo, si era dovuta fermare. Aveva detto alla madre d’aver bisogno di un po’ di tempo perché non capiva. La madre era ritornata in cucina lamentandosi di tutti i soldi sprecati cercando di darle un’istruzione e aveva ricominciato a sbucciare le rape per la solita zuppa di verdure che faceva sempre uguale tutti, i giorni. Il padre era già uscito senza ascoltare la fine del discorso; nella bettola in fondo alla strada i suoi vecchi compagni lo aspettavano per finire la bottiglia di vodka iniziata prima dell’arrivo del postino.
Lesya camminava lungo i binari. Di fianco a lei, vecchie macchine traballanti percorrevano la strada sporca di gasolio, grasso e polvere di carbone. La ferrovia non veniva utilizzata da tanto tempo; una volta, quand’era bambina, veniva usata per collegare la miniera di carbone al porto. Erano anni ormai che la miniera era stata abbandonata, e con essa il sogno di sviluppo di tutta la regione: la strada polverosa che affiancava i binari era costeggiata da saracinesche chiuse e cancelli arrugginiti, dietro a cui c’era il nulla. Una campagna devastata, il volto di una donna un tempo bellissima ora sfregiato dalla malattia. Lesya ricordava quando, assieme alla sorella più grande, correva a perdifiato in mezzo alle nuvole di polvere di carbone sollevate dal passaggio dei treni per raggiungere le amiche che andavano a scuola. Ora i treni non passavano più, ma la polvere nera continuava a ricoprire le traversine di legno che tenevano uniti i binari.
La lettera arrivava dall’Italia. Lesya si premette il foglio di carta sul viso e inspirò profondamente due o tre volte. Le sembrava di sentire un odore. Un odore diverso, lo stesso odore che sua sorella diceva di sentire nell’aria, poco tempo prima di partire.
“ C’è qualcosa di nuovo nell’aria, Lesya, non senti? E’ come un vento, un vento che arriva da ovest, dall’Europa. Ha attraversato tutto il continente per arrivare fin qui. E’ come quando apri le finestre di una vecchia casa. C’è un odore di nuovo e di pulito che riempie le stanze. Mi viene voglia di ballare.”
E ballava, sua sorella, guardando alla televisione quei programmi americani, i video musicali e i concorsi a premi. Ballava prima di uscire con le amiche per andare in discoteca o quando si faceva bella per incontrare quell’uomo, Igor: macchina nera, vestito nero, anima nera.
A Lesya quell’uomo non piaceva, le faceva paura. Ma sua sorella rideva della sua paura, la prendeva in giro, faceva la faccia dell’orco e poi l’abbracciava forte.
“ Non devi avere paura, piccola. Igor sembra cattivo, ma invece è solo stupido. Crede di essere un grand’uomo perché ha i soldi. Però mi fa dei regali, con me è gentile, sai? Ha detto che sono così bella che mi vuole portare via da qui. Via da qui, ma ci pensi? Magari è anche capace di portarmi in America.” Lesya si stringeva ancora di più a sua sorella, non voleva che andasse via. L’America era troppo lontana, oltre il mare e le montagne, oltre le pianure e i fiumi. Forse non esisteva neanche, era solo un programma trasmesso alla televisione per far sognare i bambini.
E invece un bel giorno sua sorella era partita. Un brutto giorno, in verità. Lesya aveva pianto quando sua sorella aveva detto che sarebbe partita con Igor per l’Italia, aveva pianto mentre si preparava per il viaggio aiutata dalle amiche solidali ma invidiose, e dopo averla vista salire sull’auto nera di quell’uomo nero. Mentre si allontanava si era sporta dal finestrino e le aveva gridato: “Non piangere piccola. Aspettami, ti porterò una scatola piena di cioccolatini”, ed era scomparsa nella mattina fredda e luminosa
Proprio come oggi, mentre camminava lungo le rotaie arrugginite con in mano quel foglio di carta.
Si appoggiò a una staccionata traballante e cominciò a leggere. Lo sforzo di tradurre le parole in russo creò una sorta di allontanamento. I simboli prendevano forma e disegnavano immagini fra i suoi occhi e il foglio.
“ Cara Lesya, come stai? Mi manchi tanto.”
La vede seduta a una scrivania in una stanza accogliente: musica di sottofondo, libri e quadri alle pareti. Sua sorella scrive raccontando della sua nuova vita, e Lesya si prepara a immaginare ciò che tante volte hanno sognato insieme del mondo lontano dalla loro casa.
Legge, e davanti ai suoi occhi le immagini cambiano, si trasformano o vengono sostituite. Le parole di sua sorella non sono quelle che sperava di leggere. La stanza non è più accogliente, ma fredda e disordinata. Fa parte di un appartamento nel quale vivono altre ragazze, anche loro arrivate lì con Igor, o con un altro uomo nero del tutto simile a lui. Il lavoro, in Italia, non c’è. C’è qualcosa di orribile che Lesya, all’inizio, non riesce a comprendere. Un senso negato impossibile da capire così come quella frase: “Picchiata, Igor mi ha picchiata”.
Lesya sente l’aria mancarle. Sua sorella è lontanissima, sola, in balia di un uomo nero che la picchia, e lei non sa cosa fare. Va avanti, continua a leggere.
“Cara Lesya, qui è tutto sbagliato, sono caduta in trappola”
La vede immobilizzata da quello stesso vento che l’aveva attratta mesi prima, invischiata come una mosca in una macchia d’olio colato dal motore di un’auto sfasciata. E capisce perché Igor la picchia: perché lei non vuole fare quel che le chiede, e capisce anche che, alla fine, deve averlo fatto, perché il dolore e la paura del dolore vincono tutto, anche l’odio per quegli uomini italiani, sposati con donne italiane e padri di bambini italiani, che la cercano per sfogare su di lei le loro frustrazioni e il loro desiderio insoddisfatto. Per sbavarle addosso parole senza senso. Per toccarla con mani sudate. Per penetrarla ansiosi e arroganti lasciandole addosso un odore di pesce marcio e di morte.
“Cara Lesya, avrei voluto morire, non sai quante volte”
La vede piegata su se stessa, sotto la luce di un lampione accanto a un distributore di benzina, di notte. Appena scesa da una macchina, in attesa di salire su un’altra. E quello spazio vuoto fra i due momenti sembra non avere senso. Di notte, finché la stanchezza non la schianta, e poi l’uomo nero la viene a prendere e la riporta in gabbia. Le sbarre della sua prigione sono fatte da quella sostanza impalpabile, invincibile: la paura. Sono sbarre d’acciaio temprato nelle lacrime, all’apparenza indistruttibile. Davvero chiudere gli occhi e non riaprirli più sembra essere l’unica via per fuggire.
“Cara Lesya, credevo che la mia bellezza e la mia forza mi avrebbero protetta da tutto.”
La vede in bagno ferma davanti allo specchio, fuori un’altra ragazza batte sulla porta, ha fretta di entrare a truccarsi, il suo uomo nero la sta spettando in macchina, ogni minuto di ritardo sono soldi sottratti al riscatto per la sua libertà. Tocca la superficie liscia del vetro come ad accarezzare la propria immagina. E quell’idea alla quale lei si rifiuta di dare una forma, lì, nello specchio, sembra trovare lo spazio per condensarsi e parlare. Fuggire, scappare dai pugni di Igor e dalle carezze di Mario, Antonio, tutti quei nomi inutili che si sente ripetere tutte le notti. Ma la forza per uscire dalla casa senza voltarsi indietro, il coraggio di cancellare la paura, dove trovarlo?
“Cara Lesya, non so cosa succederà, ma qualsiasi cosa è meglio di ciò che già succede.”
La vede, una sera, fingere di stare male e restare in casa da sola. Entra in bagno e di nuovo si vede riflessa nello specchio e, dopo essere riuscita finalmente a guardarsi negli occhi, decide di avere coraggio; in due buste di plastica getta alla rinfusa vestiti, alcune foto, un paio di scarpe; scende le scale e scivola in strada, in un mucchio di immondizia vicino al portone vede un passeggino sfondato. Lo prende, lo riempie del suo bagaglio, lo spinge avanti nel buio e cammina, una madre sfatta che spinge un bambino immobile. Raggiunge il centro della città. Ha freddo, vede un locale illuminato, vi entra cercando un riparo. C'è gente strana e poco sorridente, odore di usato, volti sconosciuti, si sente osservata e la paura riappare. Però, a un tavolo vicino, scorge una giovane donna, il viso chiaro, i vestiti semplici.
La sua vita sembrava essere al di fuori del mondo che la circonda, e per un attimo si perde a immaginarla, la vita di lei, mentre la porta sbatte e gruppi di giovani entrano portando il freddo da fuori. Sente la tristezza, l’amore, lo smarrimento, la passione, la gratitudine, la musica, l’angoscia, l’orgogliosa solitudine. Sente tutto questo e anche di più, in quella notte, in quella città, in quest’angolo di mondo sperduto fra gli infiniti pianeti dell’universo. E così lei, sperduta fra le infinite anime che attraversano le nostre vite, si riscuote, né con rinnovata forza né con nuove speranze, ma semplicemente seguendo l’istinto che ci ordina di sopravvivere a ogni costo. Lentamente, inesorabilmente, gira il passeggino logoro lasciando dietro di sé la cacofonia delle voci, apre e chiude la porta immergendosi nel freddo vitale e si incammina.
“Cara Lesya, non ho dimenticato la mia promessa. Aspettami, sto tornando da te e ti porterò una scatola di cioccolatini.”