sognare sognando
“Morire dormire. . .dormire! Sognare forse. Ah, ma questo è il punto, perché il pensiero da quali sogni possiamo essere visitati in quel riposo di morte, quando saremo spogli da questo involucro effimero, dovrà pur trattenerci.
W. Shakespeare - Amleto,atto terzo
Lo so, non dovrei fumare, però questa notte non posso farne a meno; i miei pensieri si attorcigliano alle volute di fumo, mi riportano indietro al giorno in cui lui è arrivato. Stavo leggendo il terzo atto dell’Amleto. Il libro è ancora qui, non l‘ho più toccato, il dramma aspetta di essere riportato in vita da altri occhi: i miei stanno cercando di rileggere questi ultimi giorni per dare un senso a tutto quanto.
Lui entra, lo aspettavo seduta sul divano insolitamente nervosa. E’ da un po’ che non ci vediamo, sei sempre bellissima. Arrossisco, non fare lo stupido, anche tu non sei cambiato in questi 2 anni; passiamo in cucina, gli offro una tazza di the, lui parla, io ascolto e ogni tanto scivolo via, trasportata in una dimensione che non vivevo più da tempo: da un suo gesto o dal tono della voce. E così vengo a sapere che la vita reale ha momentaneamente preso il sopravvento sui suoi sogni; per questa volta, sottolinea sorridendo, ma sto già preparando qualcosa di grande, ho solo bisogno di far quadrare alcune cose. E di un posto dove stare per qualche giorno.
Sorrido pensando che davvero non è cambiato. Un sorriso un po’ triste, per la verità. Lui riconosce quella piega delle mie labbra e abbassa lo sguardo, se non fosse per la luce bassa direi che adesso è lui che sta arrossendo. Chissà, forse è solo un gioco di luce dei neon accesi fuori dalla finestra.
Posso stare da te per un paio di giorni? Il tempo di ritrovare alcuni contatti, di recuperare un po’ di risorse, le idee non mi mancano, devo solo ordinare alcuni tasselli. Io acconsento, ci conosciamo da molto, siamo rimasti buoni amici. O almeno è così che si dice. E anche se non credo ad una parola di ciò che dice sento che forse davvero questa volta ha bisogno d’aiuto, e soprattutto questa volta ne è consapevole anche lui.
Si avvicina e mi abbraccia. Ha odore di polvere e di viaggi, di tempo trascorso a aspettare un aereo seduto al tavolo di un bar, di cibo speziato e piccante, di caldo, di sole, di delusioni e di sudore. Ha l’odore di chi ha rincorso la sabbia che vortica durante le tempeste nel deserto cercando di raccoglierne i granelli, di chi credeva di poter racchiudere la luce del sole in una scatola e di venderla alla notte. E’ l’odore delle illusioni disfatte, sciolte come ghiaccio in un bicchiere abbandonato ai bordi di una festa d’estate. Riconosco anche l’odore di una donna, non so perché, forse è solo la mia fantasia. Il cuore comincia a battermi più forte, immagino le mie mani a ricoprire le impronte lasciate dalle mani di lei.
Lui mi abbraccia e poco a poco il suo peso comincia a schiacciarmi, Il cuore si calma, la mente rientra nella stanza; adesso quello che sento è stanchezza, la sua. Mi scosto, gli dico va bene, si, rimani, vivo ancora sola, sai, mi esce una risata un po’ forzata, sto con un uomo sposato, quindi patti chiari. Anche lui ride, non preoccuparti, non voglio crearti problemi.
Sarà il modo in cui dice quella frase, il tono della voce o gli occhi che sfuggono: mi accorgo che per un attimo qualcosa mi turba, oggi entra nella mia casa, in qualche modo rientra nella mia vita, e già durante la stessa notte io comincio a sentire che si sta formando una piccola crepa.
Lui mi chiede di poter dormire sul divano; la casa è piccola, una sala che uso come studio, una cucina, la camera da letto, il bagno e un piccolo corridoio. Lo sento muovere ogni tanto, e vedo una striscia bianca di luce filtrare da sotto la porta. Il mio letto intanto sembra non volermi accogliere ed io giro e giro; cerco di non pensare e quello sforzo mi tiene sveglia. Ad un certo punto mi accorgo che ha spento la luce; guardo la sveglia, sono le tre. E’ un’ora particolare quella. Alle due è ancora notte, alle quattro si comincia già a pensare al mattino, le tre sono un qualcosa che oscilla tra il buio e la luce, fra la morte e la vita; come adesso. Sto guardando il libro aperto sul tavolo, le due pagine che si offrono al bianco del soffitto: quella di sinistra è come le due, quella di destra come le quattro ed in mezzo ci sono le tre, la stasi, l’attimo prima del mattino.
Il libro è aperto anche il mattino dopo , quando lui viene in camera mia a portarmi la colazione. Per farmi perdonare del disturbo che ti do, mi dice sorridendo; io mi siedo col cuscino dietro alla schiena e lo guardo con gli occhi gonfi. Questa notte ho dormito malissimo. Lui abbassa lo sguardo come sentendosi in colpa, poi torna a sorridere e mi parla. Restiamo cosi per un po’, ma dopo un attimo avverto di. nuovo qualcosa, come l’eco di una lieve sofferenza e mi sento a disagio. E’ ora che mi alzi, mi vesto in fretta, un filo di trucco ed esco di casa.
E così trascorro quel giorno cercando di non pensare, a lezione, in biblioteca, a pranzo col mio uomo; lui non so, forse a inventarsi qualche altro futuro. Il pomeriggio rientro e mi stendo sul letto, penso a lui, perché sento che qualcosa mi turba? E’ come se avessi paura, eppure ci conosciamo da tanto. Sono stanca, stanchissima, vedo la sua immagine perdere forma mentre mi addormento. E poi succede qualcosa: emerge nel sonno una sensazione sgradevole, mi stanno derubando, l’aria, la luce, non capisco. Lotto con me stessa per difendermi e ad un certo punto apro gli occhi: lui è li, appoggiato allo stipite della porta e mi guarda.
Il fumo continua a salire, si rigira su se stesso, se metto la sigaretta davanti alla luce lo vedo danzare ingigantito sul muro. Dal libro aperto sento gridare che la follia è saggezza; se e vero che la paura di sognare deve trattenerci dal sonno, dalla morte, che cosa resta alla veglia, alla nostra vita? Nulla ha senso se non e giustificato dalla propria fine. E’ per questo che pur temendola invochiamo l’oscurità alla notte.
Con quella sensazione lo saluto la sera, rientrata tardi e subito prima di infilarmi nel mio letto per dormire, dopo aver passato il pomeriggio ad inventarmi impegni per non doverlo incontrare. E di nuovo come in uno specchio vedo ripetersi tutto come la notte prima: la difficoltà di dormire la percezione della sua presenza come un qualcosa di smarrito, di malato. Forse leggere può aiutarmi, guardo il libro aperto, in attesa e un brivido mi attraversa; la notte ignara e indifferente continua a camminare per le strade. Intanto il tempo cola, si dilatava, si restringe, senza che io la scorga, insperata, l’alba si fa avanti. Devo parlargli, farmi spiegare tutto questo, vado in sala e non lo trovo, busso nel bagno e non lo sento: uscito.
Mi guardo attorno, le lenzuola del letto conservano ancora l’impronta del suo corpo, il suo odore. Dove sei, perché mi lasci di nuovo, adesso che ho bisogno di parlarti? E così a fatica mi preparo ad affrontare il giorno e mi accorgo di essere stanca, sempre più stanca. Finche il pomeriggio lui rientra a casa, guarda i miei occhi segnati, sospira e si siede sul letto.
Cominciamo a parlare piano, sottovoce, quasi per paura di sentirci. Che cosa succede, perché non riesco più a dormire? Ti sento muovere di la, anche quando sei fermo, é come una lotta, mi confonde, non mi lascia tranquilla. Contro cosa combatti?
Il sonno, dice piano, non devo dormire.
Perché?
Si volta verso il libro aperto, uno sguardo eloquente, poi mi guarda di nuovo.
Non è possibile, tu non dormi per paura dei sogni.
Lui smette di guardarmi.
Una volta dormivo, tutto intorno a me c’era un mare che ondeggiava, su e giù; ogni tanto l’orizzonte sembrava animarsi, poi tutto tornava deserto. Il sole mi colpiva, avevo sete e non potevo bere perché l’acqua del mare mi feriva le labbra. Il sogno si stava trasformando in un incubo, dovevo svegliarmi; lo feci, mi ritrovai nella mia stanza, a letto; sudavo. Mi alzai per andare a bere, presi un bicchiere e aprii il rubinetto: dal tubo di ferro uscì un lamento come di animale ferito e poi un liquido caldo e denso, rosso, cominciò a gocciolare; stavo ancora sognando. Pensai che dovevo svegliarmi, lo feci. Mi ritrovai nella mia stanza, a letto; sudavo. Muovendo la mano alla cieca cercai l’interruttore della luce e l’accesi, davanti a me vidi la mia faccia che mi guardava; dopo un attimo di sgomento capii che era solo lo specchio, allora feci per alzarmi, posai i piedi sul pavimento ma il pavimento non c’era. Caddi per giorni, anni, frazioni di secondi. Capisci cosa voglio dire?
Guardo il sole che brilla riflesso nei suoi occhi.
Un sogno dentro l’altro, senza sapere dov’é l’inizio e dov’é la fine.
Cerco di convincerlo, o di convincermi: ma c’é una fine se in questo momento sei sveglio.
Lui mi guarda stanco. Adesso sono sveglio, dici, e chi me lo assicura, tu?
Ecco, la crepa che ho percepito all’inizio si fa più visibile, più profonda.
Capisci adesso perché non dormo? Sto già soffrendo perché qualcuno mi sogna, non voglio far soffrire qualcun’altro sognandolo.
Il fumo ha smesso di salire, la sigaretta si é consumata. Di la in sala c’é lui, sta assurdamente lottando per non dormire, per non sognare, per interrompere un’improbabile catena che procede a ritroso, come uno specchio riflesso in uno specchio. Ed io sono qui nella mia stanza, e sono anch’io sveglia.
Perché?
Forse ho paura.
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