partenza

La donna guarda verso il mare aperto, mentre la prua della nave si avvicina all’imboccatura del porto. La notte sta per finire, ma le stelle reclamano ancora la loro parte di ribalta, lo sfondo nero del cielo.
Il porto è un utero che ripete instancabile il medesimo parto, giorno dopo giorno, notte dopo notte. Le luci dei fuochi sulla torre riflettono lo scintillio di una lacrima sul volto della donna.
Il mare sta per aprirsi e accogliere in un abbraccio profondo la nave.
Tutte le volte che parte, la donna affronta il nuovo viaggio come la rondine affronta il lungo percorso migratorio, una necessità, il movimento che genera vita.
I venti e le correnti marine spingono le navi lungo rotte antiche; le navi, come gigantesche femmine preistoriche custodiscono nel loro ventre merci preziose, uomini resi schiavi da altri uomini, idee nuove per terre antiche. Percorrono le invisibili linee del mare, diffondendo come un morbo su tutte le terre conosciute l’ingegno e la crudeltà, la scienza e la barbarie, lo spirito e gli incubi della mente umana.
La donna ripensa a tutto ciò, ed è un rito. Un rito che accompagna il momento del distacco ripetuto dalla terra, con l’aria che gonfia le vele, il fuoco nel cuore, la passione per la vita.
L’acqua scivola argentea lungo i fianchi di legno.

L’acqua scivola fra le dita, l’acqua che ho cercato nei giorni consumati dal sole.
Le dita screpolate dall’aria e dal fuoco, indurite nel contatto con la terra, incapaci a volte di carezze e messaggi d’amore.
Le immergo nell’acqua e le guardo, mani sofferte.
L’acqua ammorbidisce, calma la sete, riflette la luce.
Ma se il vento la scuote s’inarca, si copre di schiuma, si schianta.
Trascina via con se quelle stesse piante che un tempo accarezzava, quella terra che lambiva dolcemente.
Spostando le rocce risuona sinistra in un rombo che canta la morte.
Onda gigantesca, corrente inesorabile, si muove veloce ma poi altrettanto rapida si cheta, la superficie ora di nuovo liscia, ma sotto turbini nascosti.
Un movimento inarrestabile, perché se l’acqua si ferma è acqua morta.
E’ attirata dalla luna, in un tentativo vano di staccarsi da terra, un anelito d’infinito frustrato dalla gravità delle cose.
Un ondeggiare fra l’alto e il basso, senza ordine ne misura, un perenne movimento fra la luce e l’ombra, fra il salire e il discendere,
Acqua nella quale tuffarsi, tiepida se il sole la illumina, ma fredda se lasciata troppo a lungo nel buio.
Acqua, che il calore del sole trasforma in anima danzante, o la luce nei mille colori dell’arcobaleno.

Un lago in mezzo ai boschi, alberi cangianti nel giallo, foglie riflesse di rosso. Il sentiero costeggia la riva, a tratti si perde nella sabbia umida, si scorgono le impronte di un bimbo, un disegno tracciato con mano insicura. Più avanti un cane che corre si tuffa; spruzzando una miriade di gocce risale la sponda ombrosa e scompare nel bosco.

La donna ritorna in se stessa, i piedi ben saldi sul legno ondeggiante. Laggiù ad oriente un chiarore diffuso comincia a ad imporre un limite alla notte. La nave supera le ultime boe, abbandona la costa e si slancia nel mare aperto: solitaria, sicura, silenziosa e veloce.