la casa



Quante volte abbiamo guardato la notte senza capirla, quante volte abbiamo udito piangere il silenzio e non ci siamo fermati. Ogni nostro passo è come la goccia che cade nel mare e si perde, si perde.
Un giorno, quando ci volteremo indietroil sale che imprigiona le lacrime brucerà i nostri occhi feriti, ed allora il rimpianto, solo lui, colmerà questi immensi saloni.

S. Sharmat





Nel cortile in mezzo alla casa ci eravamo persi, giocando a nasconderci dietro ad una fontana; non c’era acqua a spegnere la nostra sete, soltanto sabbia che filtrava in un’ampolla. Era come una clessidra che richiamava il tempo ai suoi doveri, ma il tempo fuggiva, giocando con noi a rifugiarsi nel buio. Quanti occhi ci spiavano in quei giorni,dagli angoli oscuri, dagli oscuri pensieri.

Paradigma infinito, il gioco procedeva nello sforzo di carpirne la fine; una fine che ammiccando scivolava via dalla porta per guidarci in un’altro cortile,anche quello in mezzo alla casa.

Era un rincorrersi senza una meta, come il topo che si morde la coda: di finestra in finestra, di cortile in cortile, ogni porta socchiusa su uno squarcio di buio. Sentivamo i nostri passi perdersi gocciolando in corridoi di cui l’acqua velava il selciato; le immagini inquiete delle volte vi si rispecchiavano, e la polvere leggera correva giù per le scale.

La paura e l’eccitazione nello scorgere un’impronta incompresa si spegnevano quando una voce la riconosceva per sua, ed allora la strana danza riprendeva daccapo.

A volte alcuni di noi si smarrivano, udivamo le loro grida perdersi nei saloni, assorbite dalle architetture ostiche, o rifratte e storpiate, trasformate in vagiti, miagolii, cantilene, sussurri; lo sgranarsi di un rosario cacofonico e blasfemo che accompagnava i nostri giochi, ora dolce ora inquietante, ora remoto ora incombente.

Raramente i nostri compagni ci venivano ridati, più spesso incontravamo embrioni che pulsavano nella volta di un arco, cifra di una metamorfosi avvenuta in simbiosi con la casa, o statue i cui occhi ci seguivano per un breve tratto per poi tornare a fissare il punto, alteri e inamovibili; quali pensieri ci attraversavano in quegli attimi! L’invidia, il desiderio, il piacere supposto ma non percepito. Forse era quello il nostro fine, ad uno ad uno perderci fra i muri e nei muri ritrovarci, tutti uniti in un unico e solo organismo.

La casa cresceva e noi con lei; colmando i nostri pensieri ci guidava smarriti nel labirinto della sua immensa anima, giocava con le nostre paure, disattendeva le nostre attese, ci infliggeva un’illusione illimitata in quell’allitterato dedalo, sicché alcuni di noi cominciarono a pensare che la casa stesse soltanto - con quanta leggerezza usavamo le parole - operando sulla nostra memoria: forse noi non ci eravamo mai mossi, forse le stanze e i corridoi proliferavano nella nostra mente secondo un ordine eventuale ; miti, simulacri, bizzarre apparenze.

Era quello il momento in cui il dubbio ci toccava con le sue dita diafane; se la casa non esisteva come poteva produrre l’immagine di se stesse nelle nostre menti? L’antinomia focale per un istante ci rendeva orfani, i nostri torpidi cervelli cominciavano ad affondare in un mare ribollente di incertezze. Ma prima della fine, come una nave comparsa dal nulla, giungeva a salvarci l’ottusità dell’imbelle, riconoscerla e aggrapparci ad essa era tutt’uno, ed il mare sembrava ritirarsi, ed i muri riapparire al suo posto.

La penombra di stanze e corridoi ci proteggeva da un esterno non meglio compreso, forse una luce, forse un suono come di mille sfere di vetro rimbalzanti sul marmo; certamente un nemico, la mancanza di una volta, di una cupola, lo sguardo che fugge senza abbracciare un soffitto.
Il vuoto.
Com’è possibile pensare un mondo sul quale una parete non vegli a indicare un limite, un sostegno; un muro contro il quale sedersi appoggiando la schiena, o da sfiorare nel buio per proseguire il cammino.

Un feto cosmico, ecco cos’ era la casa, un ventre teso in una gravidanza che non avrebbe visto il suo parto, dimentico anche dell’attimo del concepimento

Noi, come atomi impazziti, ci beavamo della nostra non esistenza. Felici di poter giocare, senza sapere a cosa.